| Scusami piccolo
E’ distesa sul letto della sua camera. Ha gli occhi chiusi, ma non riesce a dormire. Non fa altro che ripensare a quel giorno che ha lasciato una ferita indelebile su di lei, che neanche una vita intera potrà mai cancellare.
Era al diciannovesimo compleanno di una sua amica. La conosceva da sempre e conosceva tutti i suoi amici. Tutti tranne uno.
Adesso pensa che avrebbe fatto meglio a non conoscerlo, ma allora non la pensava così, anzi.
Quando è entrato nella sala lei parlava con la festeggiata e non si era neanche accorta del suo arrivo. Ma appena lo vide il suo cuore cominciò a battere all’impazzata senza un motivo.
Forse perché si conoscevano da tempo, o forse perché era una maga, la sua migliore amica la prese con sé e li presentò.
-Dani, lei è Alyssa. Aly, lui è Daniele.-
La ragazza lo guardò intensamente. I loro occhi si incontrarono e lei si perse nel profondo dei suoi occhi azzurri.
-Piacere-
Arrossì.
La festeggiata se ne andò lasciandoli soli non sapendo che da quel giorno la vita della sua migliore amica sarebbe cambiata.
-Allora…hai detto che ti chiami?- il ragazzo rivolse la parola alla mora.
-Alyssa-
-Ed hai la stessa età di Sara?-
-No, sono un anno più piccola. Tu invece, perché non mi parli un po’ di te.- Quanto le costò dire quelle parole. Era sempre stata timida e non aveva mai legato veramente con nessuno apparte la sua migliore amica, ma quella sera decise che era ora di sconfiggere la sua timidezza e conoscere nuova gente.
-Il mio nome già lo sai, ho 25 anni e sono un amico del fratello di Sara, ho appena finito l’università e lavoro a un pub qui vicino come Dj.Anzi tra poco me ne devo andare perché il lavoro mi chiama...-
Lui la osserva.
-Senti…ti va di venire con me? Possiamo farci un giro e io ti accompagno a casa prima di andare a lavoro.”
Lei lo guarda, lui le sorride e lei accetta senza pensarci seguendo per la prima volta cosa le dice il suo istinto.
E così, dopo un bacio veloce e nessuna spiegazione alla festeggiata, i due ragazzi abbandonano la festa andando incontro al loro destino.
La loro passeggiata è piacevole, parlano e scherzano come se si conoscessero da sempre…la serata è stupenda: nel cielo non c’è una nuvola e la luna risplende nel cielo. I due ragazzi si siedono sulla spiaggia e osservano il mare. Sono seduti uno accanto all’altro. Lei non riesce a parlare: le sembra un sogno trovarsi lì accanto ad un ragazzo. Lui è tranquillo, più di una volta si è trovato in una situazione simile con diverse ragazze.
Il biondo le si avvicina e la bacia. Lei per la prima volta si lascia andare in quello che è uno dei baci più belli. Continuano a baciarsi per un tempo che a lei sembra infinito, fino a quando lui non posa la sua mano sul suo fianco per poi posarla sul suo seno ancora inviolato. A quel tocco lei si allontana da lui e dalle sue morbide labbra e si dirige verso la macchina di lui. Vuole essere portata a casa. Lui si alza, si pulisce i vestiti e la raggiunge. Si scusa e a lei sembra sincero. Chiede allora di essere riportata a casa e lui acconsente. Non sembra così dispiaciuto di allontanarsi da lei. Non sembra provare quello che passa nella testa della mora: tristezza.
Così soprappensiero la ragazza non si accorge dove lui la sta portando. La strada che percorre non è quella che la porta a casa. Anche perché…lui non sa dove lei abita.
Quando si accorge dove si trova è troppo tardi. Davanti a se vede solo un capannone e poi nient’altro. Solo erba. Lui scende dalla macchina e si dirige verso di lei. Apre la portiera,slaccia la cintura e costringe Alyssa a scendere.
Lei ha paura.
Potrebbe anche provare ad urlare, ma in quel posto non c’è anima viva…solo erba.
Lui la prende e la porta in quel capanno. La butta sul letto e le lega le mani alla spalliera.
Lei urla, ma a lui non importano le sue grida, non importa se lei soffre…gli importa solo il piacere.
Le strappa di dosso il top che lei aveva comprato con la sua amica proprio per indossarlo il giorno del compleanno; le toglie di dosso la gonna, facendola così rimanere in un completo intimo nero. A questo punto lui si spoglia con calma: ripone con cura i suoi vestiti sopra la sedia, non ha intenzione di rovinarli. Si sfila anche i boxer restando nudo. Rimane a osservare la ragazza: il suo volto rappresenta la paura pura. Ma a lui non importa.
Le strappa anche gli ultimi indumenti che le restano facendo rimanere anch’ella nuda. Si sdraia sul corpo della ragazza, penetrandola con il suo membro. Le fa male, lo capisce dall’urlo di dolore della mora, ma a lui non gli importa nulla. Continua a violare quel corpo ancora così puro fino all’alba.
Appena il ragazzo si sente soddisfatto abbandona quel corpo e riprende a vestirsi. La ragazza è stanca e prova vergogna dopo quello che è successo. Come aveva fatto a fidarsi di un essere come lui? Perché non aveva capito subito che uomo era ? Adesso era troppo tardi.
Il ragazzo le si avvicina. Sembra soddisfatto. Non si vergogna di quello che ha fatto. Le si avvicina. Lei trema, ha paura di lui. Al contrario il ragazzo non teme nulla: cosa può fargli una ragazza diciottenne che è appena stata violentata?
Ride. E’ soddisfatto del suo lavoro.
Appena termina di vestirsi si dirige verso la macchina, abbandonando a se stessa la ragazza.
La mora lo vede allontanarsi e solo a quel punto, dopo che riesce a slegarsi i polsi, si alza da dove era sistemata.
Ha ancora paura: paura che lui possa tornare e violentarla di nuovo. Si dirige verso l’altro lato della stanza: è lì che il ragazzo aveva buttato i suoi vestiti. Si china per prenderli e li indossa. Finalmente si sente al sicuro. Si sente protetta con qualche cosa indosso.
E solo allora decide di uscire dal capanno e incominciare a dirigersi verso casa. Non sa dove si trova ed ha paura. Non sa che fare. Non sa dove andare. Comincia ad incamminarsi senza meta quando le viene incontro le viene incontro una macchina. La paura si impadronisce del suo corpo. E’ troppo stanca per scappare; l’unica cosa che può fare è sperare che non sia lui. L’auto si ferma accanto a lei. Alla guida non c’è il ragazzo, ma Sara, la sua migliore amica. Lei sale sull’automobile senza dire una parola e non rompe il silenzio neppure durante il viaggio. L’amica parla solamente appena arriva davanti la sua casa: le chiede se ha bisogno d’aiuto, conforto, ma la mora la tranquillizza, le dice che sta bene, che non è successo niente. La bionda non crede alle parole dell’amica, ma non può fare altro che assecondare le sue volontà.
Nei due mesi che seguirono Alyssa non fu più la stessa, neanche con la sua migliore amica. Nonostante non la ritenesse responsabile di quanto le fosse accaduto non riusciva a starle accanto come prima. Era più forte di lei.
Non le parlò neanche quando scoprì di essere incinta.
E’ distesa nella sua camera. Ha gli occhi chiusi, ma non riesce a dormire. Non ha fatto altro che ripensare a quello che le è successo. Si alza, non ce la fa più a stare distesa sul letto, il bambino scalcia. Sente il bisogno di sedersi. Deve stare molto attenta a quello che fa. Ormai è al sesto mese ed ogni movimento brusco potrebbe farle perdere il bambino. Lei ama questo bambino, nonostante detesti il padre. Il ragazzo che le ha rovinato la vita. Si siede davanti la scrivania e prende carta e penna. E’ tanto tempo che pensa di farla finita, ed oggi è pronta a fare questo grande passo.
Scrive una lettera ai suoi. Vuole lasciare almeno una spiegazione sul perché del gesto.
Ha finito. La lettera è bagnata dalle sue lacrime. Si alza e si dirige verso la cucina. E’ lì, nel secondo cassetto, che sua madre tiene il coltello. Va in camera sua e chiude la porta a chiave. Non vuole sentire alcun rumore. Si siede sul letto e per l’ultima volta si accarezza la pancia. Il bimbo ha smesso di scalciare: forse ha capito quello che sta per succedere.
Avvicina il coltello al suo braccio; la mano le trema. Ha paura.
Chiude gli occhi e con tutto il coraggio che possiede infila il coltello nella sua carne più volte.
Durante questo ultimo gesto i suoi occhi lacrimano per l’ultima volta. Ma lei non piange per se stessa, ma per il bambino che non ha potuto vedere la luce.
Si accarezza la pancia.
-Scusami piccolo-
E con queste parole ebbe fine la sua vita.
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