Ho scritto questo romanzo, sta giungendo alla conclusione, però vorrei sapere i vostri commenti:
DESTINAZIONE SUDENBURGCapitolo 1
“CORRI! CORRI!” , quelle parole tornano alla mente in mezzo ai pensieri annebbiati, poi lo sento, torno lentamente cosciente ed è inevitabile, le ossa rotte tornano a straziare le mie carni, l’urlo che vorrei lanciare non riesce a lasciare le mie mascelle serrate. “Chi me l’ha fatto fare…” penso, poi il dolore è così forte da farmi perdere di nuovo conoscenza.
“Ohhh, a quanto pare il nostro dormiglione ha deciso di tenermi finalmente un po’di compagnia, sveglia su! Sei l’unico in infermeria: il viaggio è appena iniziato… ”, la voce e tenera e materna, non l’ho mai sentita prima, ma per aprire gli occhi e guardare da chi proviene mi ci vogliono ancora alcuni secondi. “Bravo, ormai cominciavo a pensare che non avremmo scambiato una parola fino a Sudenburg”, è una giovane donna di come nella mia terra non se ne vedono spesso, la carnagione chiara e i capelli biondi tradiscono la sua provenienza, l’accento delle sue parole tolgono ogni incertezza: è un’infermiera imperiale. Ad occhio e croce dovrebbe avere la mia età, non è la prima volta che finisco su un letto in condizioni pessime, capirai, con il mio lavoro poi…ma, di certo, è la prima volta che vale veramente la pena risvegliarmi. “Allora” - dice lei - “che mi dici di bello?” alzo un sopracciglio, non me ne rendo nemmeno conto ma la faccia della ragazza sembra divertita “da dove vieni? Che ci fai su questa nave?”. Nave, ad un tratto riesco a mettere insieme qualche pezzo in più della mia vita nella testa confusa, sono su una nave, non capisco chi mi ci abbia portato però ricordo che era proprio verso una nave che mi stavo dirigendo. “Monte Castello” la mia voce è ancora incerta, ma, le parole, escono abbastanza chiare “Un Tileano del sud” - commenta lei – non enfatizza il concetto e probabilmente lo dice solo per trasformare l’interrogatorio in dialogo, ma non posso fare a meno di arrossire e vergognarmi un po’, non riesco ad essere però abbastanza veloce a mascherarlo perché frettolosamente aggiunge “Terre fantastiche, è la prima volta che esco da Eigenhof, da voi è tutto così diverso, mi è dispiaciuto tanto avere visitato Tilea solo di passaggio.”.
Sono poche parole, non so fino a che punto sincere, ciononostante sciolgono meravigliosamente il ghiaccio creatosi poco prima. Provo rabbia contro me stesso, non dovrei provare vergogna verso la mia terra, guardo diritto verso la finestra, dovrebbe essere nella parte alta della poppa e oltre quei vetri si può, forse, osservare quello che ci lasciamo alle spalle, se solo avessi la forza…inutile, anche al solo pensiero i muscoli sotto le fasciature sembrano ribellarsi e, anche se fosse ancora possibile rubare con lo sguardo l’ultimo lembo di terra prima che scompaia all’orizzonte, avrei davvero voglia di vederlo? Criminalità, povertà, degrado, non erano forse queste le cose dalle quali volevo scappare quando decisi di fare il lavoro che faccio? Quante volte ho rischiato l’osso del collo solo per salire un giorno su una nave come questa? Solo per vedere un giorno un prete che mi si avvicina per dirmi che Volkmar il severo ha bisogno del mio aiuto? Basta, questi pensieri mi stanno facendo star zitto per troppo tempo, non voglio far annoiare la mia interlocutrice “Scusa se non sono di molte parole, mi chiamo Renzo Albero, e sono qui perché Volkmar ha chiesto l’aiuto del più grande Addestratore di Giganti”, le ultime parole fendono l’aria e la raggelano, poi scoppia in una risata “Allenatore di Giganti? Ohh si certo, devi averla presa proprio forte la botta in testa…” mi sale il sangue al cervello, quelle risate le ho sentite troppo spesso e sempre per lo stesso motivo “Si lo sono, forse non sarò l’unico ma di certo sono il migliore e Volkmar la pensa come me a quanto pare” e tirando fuori dalla tasca una lettera di imbarco con ben visibile, sebbene rotto, il simbolo del grande teogonista impresso nella ceralacca, riesco a fermare definitivamente gli ultimi spasmi della risata di poco prima. “Non è possibile…” ma oramai la cosa le sembra meno assurda lo posso sentire chiaramente “Nessuno è mai riuscito ad addestrare un gigante, i giganti si catturano e si gettano nella mischia delle battaglie, tuttalpiù gli si dà da mangiare i nemici catturati prima di farlo scendere in campo per fargli distinguere i nostri soldati da quelli avversari, ma sinceramente…addestrare un gigante…è impossibile”, mi si allarga un sorriso, muore dalla curiosità, faccio leva su questo e ne approfitto per chiederle “Ti andrebbe di averne una dimostrazione? In cambio voglio solo sapere il tuo nome…” arrossisce lusingata “Friederike Kerzenhalter, infermiera in prova del glorioso esercito imperiale, ora aspetta però, se ti faccio scendere da quel letto senza l’autorizzazione del medico di bordo mi danno il benservito, se per te va bene potrai farmi vedere questa fantomatica prova al calar della notte” mi da un bacio in fronte, mi rimbocca le coperte come farebbe una madre al figlio che non ha voglia di dormire apre la porta e scompare nel corridoio. Per qualche attimo penso di chiamarla, di farla tornare indietro, poi penso d’essere patetico e desisto, mi guardo intorno, attrezzi medici sparpagliati, vecchie garze insanguinate, non ho il coraggio di guardare sotto le coperte, ma non ci vuole molto a capire che vengono dai miei vecchi bendaggi, una cosa per la verità sembra fuori posto, una grande mappa del mondo conosciuto troneggia alle spalle di una robusta scrivania in legno scuro. Aggrotto la fronte e cerco di capire perché mai possa esserci una mappa e una così bella scrivania in infermeria quando l’aprirsi della porta mi fornisce la risposta. A passo svelto, come se non esistessi, entrano tre figure distinte, si dirigono verso la mappa senza dire niente poi, il più basso dei tre sbotta “Inizia bene questo viaggio, stiamo perdendo almeno quattro ore di navigazione seguendo questa rotta, forse capitano lei non ha ben presente chi stiamo trasportando e quanto valgano le risorse caricate su queste navi!”, il capitano, o almeno colui che capisco esserlo, sia dallo sguardo della nervosa figura che lo sta squadrando, sia dall’inconfondibile uniforme, china leggermente il capo verso la mia posizione, il silenzio diventa pesante. “Chi diavolo…”.
Capitolo 2Non riesco più a fare a meno di fissare la porta, non credo che ritorneranno nella stanza tanto presto, ma non sapere cosa stanno dicendo mi sta rendendo pazzo, il capitano ha giustificato la mia presenza dicendo che la vera infermeria di bordo è stata usata per stivare munizioni e archibugi e che non poteva immaginare di avere dei feriti a bordo prima dello sbarco, mi avevano perciò portato nell’ufficio del primo ufficiale, a quanto pare ufficio dove si discutevano le rotte da seguire, perché una volta partiti ci sarebbe stato un bisogno minimo di utilizzare quegli spazi. Qualcosa doveva però essere andata storta, queste giustificazioni avevano fatto andare su tutte le furie la terza figura, quella che sembrava calma fino a quel momento, un tipo calvo, magro e di mezza altezza che sfido chiunque a non inquadrare subito come mite persona, il monile a forma di martello che portava al collo e le vesti colorate, poi, stavano chiaramente a simboleggiare i suoi voti sacri. Le minacce, gli insulti e le imprecazioni colorite e fantasiose di costui mi lasciarono allibito, da quel poco che ho potuto capire in mezzo allo sgomento, ci sono tre navi dirette a Sudenburg, su ciascuna di queste grandi navi c’è un numero impressionante di soldati, armi, cavalli e munizioni, ma nonostante questo l’unica cosa della quale bisogna prendersi spasmodica cura è l’incolumità di Volkmar. Da come ne parlavano non si trova su questa nave ma di sicuro è in una delle altre due, credo sia per questo che il prete e il suo portaborse sono così preoccupati della rotta e che questa rimanga assolutamente segreta. Del motivo di questo viaggio io so solo quello che mi disse quel prete a Monte Castello, una gloriosa marcia di conquista in nome di Sigmar e io sono disposto a credere a chiunque renda pesanti le mie tasche di monete d’oro. L’unica cosa che non mi torna sono le parole che seguirono questa spartana descrizione dei nostri obiettivi futuri, mi disse che il mio aiuto sarebbe stato fondamentale, che solo una persona che faceva il mio mestiere con la mia abilità poteva dare all’esercito sigmarita un asso da giocare nel momento più opportuno. Queste cose m’inorgogliscono, certo, se non fosse che di tale considerazione non c’era traccia nel tono del prete di bordo né tantomeno nel suo vice. Un fulmine trapassa la mia testa, “la lettera!” , quando la misi in tasca il sigillo era integro, per farla vedere a Friederike invece ho notato il sigillo spezzato, qualcuno ha letto la missiva e visto che mi trovo sulla nave giusta deve averla letta la persona giusta, tentenno un attimo, non è corretto che io la legga, non era indirizzata a me, se avessero voluto che io la leggessi me l’avrebbero consegnata aperta, “non posso”, “devo sapere quello che c’è scritto, mi sono ficcato in qualcosa più grande di me devo sapere tutto quel che posso…”, “no, mi hanno dato tutto l’oro che ho chiesto e mi hanno assicurato che avrò la cittadinanza di Sudenburg per sempre dopo il conflitto, non devo far niente che possa contrariarli”, “si, ma infondo qui non c’è nessuno e poi perché non se la sono tenuta dopo averla letta? Non c’è niente di male e nessuno lo verrà a sapere, basta ho deciso…” prendo la lettera, ho le mani sudate, i pezzetti di ceralacca rossa si spezzano ulteriormente facendo dei fastidiosissimi scricchiolii che nel silenzio della stanza mi fanno temere li possa sentire qualcuno. Non arriva nessuno, tiro fuori un pezzettino di pergamena. Dapprima faccio fatica a leggere, le lettere sono tutte molto romanzate, il linguaggio adoperato non è tra i più facili, ma alla fine riesco a capirne il contenuto:
“Egregio signor Comandante,
è ordine di vitale importanza che colui che reca con se questa missiva arrivi a Sudenburg con la vostra nave, gli venga riservato un trattamento di favore, lo consideri un mio protetto in quanto la sua opera potrà salvare molte vite ai nostri soldati e arrecare molti lutti tra le fila nemiche. Ho già dato ordine affinché il gigante con il quale egli lavora più frequentemente venga portato in condizioni di sicurezza presso le vostre stive. Tenga conto che la sua incolumità ha più valore della mia stessa vita ma è necessario che nessuno ne sia a conoscenza, dobbiamo mantenerlo in bassissimo profilo per evitare attentati alla sua vita. Mi affido alla sua discrezione.
Per la Gloria di Sigmar,
In fede
Volkmar il severo.”
Un nodo alla gola mi assale, per quanto tempo sono rimasto incosciente? Cosa stavo facendo quando ho subito questo incidente? Qualcuno ha avuto modo di leggere questa lettera prima del capitano? Il sigillo è arrivato intatto nelle mani di qualche imperiale o è stato violato prima? A queste domande non ho nessuna risposta ma ne potrebbe andare della mia vita. E poi perché mai tanto interesse per me? Provo ad immaginarmi sul campo di battaglia, forte come cento uomini, determinante per la vittoria sul nemico, non riesco a farlo durare a lungo, non ho mai preso in mano una spada, so fare solo il mio lavoro, e non vedo quale utilità bellica possa mai avere. Sprofondo nel cuscino, faccio tutto un po’ ingenuamente e dopo pochi secondi i muscoli tornano a farmi male, devo ricordarmi di fare attenzione, stavolta lentamente mi giro su un fianco, la stanza è ormai buia, il sole è calato da un pezzo. “Sarà meglio dormirci su, troppe emozioni per una giornata sola” farfuglio con la bocca mezza schiacciata dalla posizione, chiudo gli occhi e rilasso il corpo martoriato. Ad un tratto lo sento, stanno provando a farlo piano, senza fare rumore, ma la maniglia si sta abbassando non posso fare a meno di capirlo, sono di spalle alla porta e la stanza è buia, non so chi mi potrebbe sentire mai se gridassi aiuto, serro nuovamente gli occhi, la porta si richiude: Non sono più solo nella stanza!
Capitolo 3Non c’è molto tempo per riflettere, non sarò un guerriero ma sono sopravvissuto fino ad oggi perché non ho aspettato che gli altri facessero la prima mossa. Sono vestito come quando mi hanno trovato e se non mi hanno tolto gli effetti personali… “perfetto” penso afferrando lo stiletto abilmente inserito nel retro della cintura. Una mano mi tocca la spalla “Sangue del diavolo, non penserete mica di riuscire anche a prender bene la mira sul mio cuore!” questo grido mi da la forza di ignorare il dolore quando mi giro di scatto, il movimento però risulta goffo e bloccato, lo stiletto taglia leggermente una manica nel buio, si sente il rumore della stoffa squarciarsi ma nessuna resistenza che faccia pensare a un colpo ben assestato. “Sono morto” non posso fare a meno di pensarlo mentre cado pesantemente con la faccia a terra.
“Spero tu abbia una buona giustificazione per questo” sento dire sopra di me. Il mio cuore perde alcuni battiti, come ho fatto ad essere così stupido? “Dovrai risarcirmi la veste, pazzo furioso!”, ho riconosciuto la voce e non so quanto preferirei la morte a questo. “Non sarei dovuta venire, tu vaneggi e io sono più stolta di te se di do ascolto.” mi dice con la voce rotta dallo sforzo, capisco quanto possa essere difficile per lei aiutarmi a tornare sul letto, soprattutto dopo quello che le ho fatto. “Devi scusarmi Friederike, non ricordavo più il nostro appuntamento, pensavo si trattasse degli assassini.” scoppia a ridere, ormai non so più se mi prenderà mai sul serio “Certo, gli assassini, chi non pagherebbe i migliori sicari del mondo per togliere di mezzo un moribondo addestratore di giganti, avrei dovuto immaginarlo” il sarcasmo della sua voce è esasperato, risulterebbe fastidioso se non mi sentissi tanto in colpa nei suoi confronti. “Dai non pensiamoci più, ormai ho le tasche piene d’oro, non sarà un problema farti dimenticare l’accaduto” e infilo una mano in tasca, “MALEDIZIONE!” le tasche sono state ripulite, le domande sul mio stato di incoscienza tornano a fare capolino ma le ricaccio con forza, “Sono stato derubato!”, mi guarda perplessa, non sa se offendersi o meno “Bhè se pensi che io possa…” – “ Non lo penso e non ho detto niente di simile, la verità è che ho tutto apposto nelle tasche tranne l’oro…” la rabbia lascia il posto alla compassione “Non so che dirti Renzo, non ho visto quando ti portavano qui, né da chi venivi portato, sono stata chiamata dal comandante e mi sono presa subito cura di te, non ti si è avvicinato nessuno da quel momento in poi.”, sono riuscito solo a farla sentire in colpa di cose in cui non centra affatto, se mai fosse possibile mi sento peggio di prima, cerco di cambiare discorso “Basta pensare a queste cose, non mi era stato dato che un anticipo per le spese di viaggio, viaggio che sto già compiendo senza ulteriori sborsi, non ho bisogno di quel denaro, ben altro mi aspetta alla fine di questa avventura. Non si era detto che ti avrei mostrato di cosa sono capace?”, devo averle ridestato la curiosità, “Se te la senti ancora, ti ho portato questa sedia a rotelle, non dovremmo essere troppo visibili a quest’ora, la maggior parte sono indaffarati nel gestire la nave e nel giocar d’azzardo gli altri saranno andati a dormire.”, per la prima volta da quando sono su questo letto riesco ad allargare tutto il mio sorriso “Se sono pronto? Non aspettavo altro!”.
Il corridoio è buio, ma non quanto la stanza dalla quale usciamo furtivamente, per la verità lei non mi ha chiesto nemmeno dove andare, immagino voglia allontanarsi quanto più possibile dagli alloggi del capitano e del medico di bordo prima d'aprir bocca. Giriamo un angolo, poi un altro, qualche scalino ci crea non poche difficoltà, finalmente una rientranza nella parete ci assicura abbastanza da fermarci a parlare. “Allora addestratore, dove ti devo portare per avere questa dimostrazione?”, ci penso un attimo, cosa so veramente di lei? E’ davvero chi dice di essere? Non l’ho mai vista nella stessa stanza con altre persone quindi nessuno mi può confermare di conoscerla veramente e che questa nave sia il posto dove dovrebbe essere, sono arrabbiato di essere riuscito ad arrivare fin qui, dov’è tutta la sicurezza di cui si era raccomandato Volkmar? Non c’è, però, troppo tempo per riflettere, devo decidere in pochi frammenti di secondo cosa dirle “Dal gigante, dal mio gigante, dove sennò?” pensavo di pentirmi subito dopo aver pronunciato questa frase, il pentimento non arriva, mi ostino a fidarmi di lei, è qualcosa di non spiegabile razionalmente e non provo nemmeno a farlo. Non avevo in mente nessuna reazione in particolare, quella a cui sto assistendo è l’ultima che sarei riuscito ad immaginare, è confusa, sta cercando di far mente locale ma l’unica cosa di cui mi da l’impressione è che non abbia minimamente idea di dove il gigante si trovi. “Guarda, se ti riesce difficile portarmici, fa niente, domani chiederò al comandante di accompagnarci!”, “NO!” diventa rossa in viso, lo dice con voce soffocata ma non riesce a mascherare l’ansia nel dirlo “Domani non ci sarà nessuna visita a nessun gigante, il comandante non mi ha raccomandato altro di non farti uscire dalla stanza fino alla fine del viaggio, se ora torniamo indietro potremmo non riuscire più a ripetere quanto stiamo provando a fare stasera.”, il discorso non fa una grinza, voglio crederle, quel No trattenuto a stento rende tutto più difficile, non riesco però ad immaginare nessun secondo fine che esuli la semplice curiosità. Sono certo di dover dire qualcosa quando un suono mi incolla la lingua al palato. Friederike mi si butta addosso, non c’è delicatezza stavolta nei suoi modi, è spaventata, mi ricaccia quanto più possibile nella rientranza del corridoio, alza il cappuccio nero e porta quanto più possibile il suo mantello su di me nell’istintivo gesto di coprirmi. Rumore di passi, una litania pervade gli stretti spazi, non riesco ad afferrare le parole, sudo freddo. Torna il silenzio, penso sia tutto finito, no, si sente una porta aprirsi, poi un’altra e un’altra ancora, decine di persone riempiono il corridoio rispondendo alla litania, rumori e grida fanno da coro alle invocazioni: Siamo nei guai!
Capitolo 4
Il cervello mi va a mille, non trova nessuna soluzione perché soluzioni non ce ne sono, siamo stipati in una rientranza nel muro che ci copre a malapena, sopra di noi c’è appesa un’ascia, probabilmente una semplice precauzione dell’armatore, gli incidenti sulle navi hanno ogni colore e natura, avere qualche strumento in più a portata di mano per risolvere i problemi può tornare utile, l’unica speranza è, che a queste persone, non serva rompere una porta o roba simile. La voce del primo uomo torna ad intonare la litania e la sottolinea con uno schiocco secco, fa qualche passo, la folla che lo segue ne imita i gesti. Questa ritmica sequenza si ripete più volte, oramai le voci sono molto vicine, temerei che possano sentire i nostri respiri affannosi se non fosse che rumori, schiocchi e canti li sovrastano abbondantemente. “Se ci scoprono non sarà per niente facile spiegare la nostra presenza qui, non la passeremo impunemente.” mi sussurra lei in un orecchio, “Chi sono?” le chiedo, siamo così strettamente viso a viso che basta un filo di voce per farmi intendere, “Flagellanti, sono stati tra i primi a darsi disponibili per questa campagna” lo dice quasi con disgusto ma ho cose ben più importanti da chiederle per sottolinearlo “Cosa stanno facendo?Io non ho mai sentito niente di simile” la mia voce sembra del primo tra gli sprovveduti, cosa non troppo lontana dalla realtà, “Te l’ho detto” la voce è spazientita nonostante la situazione le imponga di tenere bassi i toni “Sono dei fanatici, pregano e si provocano dolore, pensano di fare il volere di Sigmar, penso siano totalmente pazzi, dovresti vederli scagliarsi contro un infedele.”. Ora sono proprio davanti a noi, smettiamo di parlare e se mai fosse possibile ci schiacciamo di più contro la parete, nel far questo il mantello si sposta leggermente e un mio occhio viene svelato. Non mi piace quello che vedo, ho già sentito parlare di autoflagellazione ma non ho mai assistito alla sua pratica. Il flagello colpisce la schiena del primo della fila, vedo chiaramente le spine farsi strada nella carne viva, già provata da chissà quanti altri colpi, non un gemito, non un sussulto, immagino sia per questo che ha acquisito il diritto di aprire la strada agli altri ed intonare per primo, alza la testa al soffitto e canta, mille parole vengono sparate in armonia nell’aria non le intendo nemmeno questa volta sono troppo sconvolto da un'altra scoperta: ho riconosciuto quel volto.
Guardando solo il pavimento e il soffitto, la lunga fila lentamente scompare dietro un angolo proseguendo i suoi canti vespertini, rimaniamo stretti l’un l’altra ancora qualche secondo, quando il silenzio torna sovrano abbiamo il coraggio di staccarci. “Quali sono le ragioni dietro questa campagna?” vado dritto al punto, sono stanco di sapere le cose col contagocce. Non ricevo risposta, “Ti ho chiesto…”, vengo interrotto dalla sua mano “Ho sentito ciò che mi hai chiesto, ma non è questo il momento per parlarne, abbiamo perso troppo tempo con questo imprevisto, e se fra mezz’ora non sei di nuovo nel tuo letto tutta la segretezza che abbiamo ricercato sarà vana.”, ha ragione, dobbiamo sbrigarci. “Il capitano avrà pensato bene che il gigante sia più gestibile con il tuo aiuto, immagino che l’abbia perciò stivato nella tua stessa nave sperando in una tua pronta guarigione”, “Immagino di si…” le rispondo. Le mie parole carenti di convinzione sembrano dare, tuttavia, nuova forza alle azioni di Friederike. Con passo svelto la carrozzella viene spinta per diversi metri, quando alla fine raggiungiamo una botola “E’ uno degli ingressi della stiva” mi dice, lo avevo supposto. Il problema della scala a pioli sembra insormontabile, decidiamo che l’unica cosa da fare è farmi scendere con la sola forza delle braccia, da solo, nascondendo la sedia a rotelle in una delle stanze colme di attrezzature. Il dolore è superato solo dalla mia voglia di portare a compimento questa sfida. Il fondo della stiva è buio, Friederike ha con sé una torcia presa dal corridoio di sopra, apre la strada, lo spazio tra le casse è poco, l’aria è pregna dell’odore acre di polvere da sparo, teli luridi coprono ogni dove. “Non lo troveremo mai di questo passo” dico rassegnato, nessun commento, proseguiamo. Ad un certo punto mi sembra di udire qualcosa alla mia destra ma non avendo la possibilità di dirigere il fascio di luce a piacimento lascio perdere, il tempo passa mentre il nervosismo sale. “Sarà meglio tornare indietro” piagnucolo zoppicando vistosamente, anche stavolta non ricevo risposta, mi sto spazientendo, mi impegno a star zitto, provo a fare un altro passo ma le stecche si sono allentate, l’osso torna a squarciare i tendini, grido e cado a terra. La ragazza si gira e torna a guardarmi la gamba, le fermo un braccio con forza “TORNIAMO INDIETRO!”. E’ combattuta, non riesco più a capirla. Stringo il braccio: stavolta voglio una risposta. Pendo dalle sue labbra ma quando sembra dirmi qualcosa, tutto trema, le assi di legno cigolano e il rumore di un grosso peso che crolla al suolo cattura la nostra attenzione: l’abbiamo trovato!. Sotto un grosso telo, dentro un’immensa gabbia di metallo meteoritico, dorme beatamente il mio gigante. Sono talmente felice da riuscire a rimettermi in piedi, mi trascino fino alle sbarre: “LITTLE JOHN!”, l’orecchio non schiacciato al fondo della gabbia si rizza, “Sono io!”, riconosce la mia voce, si mette in posizione seduta e mi guarda, sembra sorpreso di vedermi. “Visto? Mi riconosce! Ora stai bene a vedere…” è rimasta a bocca aperta, è il momento di darle il colpo di grazia. “John, vieni qui, avvicinati!”, un testone più alto di me si avvicina alle sbarre, abbiamo fatto la stessa cosa per anni, sa bene cosa fare, mi porge l’orecchio, gli sussurro brevemente dentro. Gli angoli di una gigantesca bocca si alzano sardonici. John si alza in piedi in tutta la sua magnificenza e dice con voce possente e grave: “A REZZO PIACE FREDREKE!”. “Bravissimo John, vieni qui…” il testone torna ad avvicinarsi alle sbarre, gli gratto con due mani il lobo sinistro, è felice. Mi giro verso Friederike, è caduta in ginocchio, “Tu-uu… insegni a parlare aaa-ai giii-gaanti?” è esterrefatta, non se lo immaginava, “Si, hai visto? Ripete anche frasi che non ha mai sentito prima, bhè ora non voglio darti un’immagine sbagliata, Little John è il mio migliore allievo, non sono tutti così i giganti…”, mi avvicino a lei, le siedo affianco, “Lo penso veramente Friederike”, le dico in un orecchio, “Cosa?” mi risponde guardandomi dritto negli occhi, “Che mi piaci, mi piaci davvero molto Friederike” e senza darle modo di aprir bocca la bacio.
“Non avresti dovuto farlo”, è tutta rossa in viso, “Tu, io, insomma è sbagliato, non doveva andare così…”, sorrido “E chi decide come doveva andare?” le chiedo. Un dardo fende l’aria e si conficca in una cassa poco sopra la mia testa. “RENZO A TERRA!”.